Uno scatto del pubblico dell'Uno Maggio Libero e Pensante

L’Uno Maggio di Taranto raccoglie l’eredità del Concertone di Roma

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Se entri in un bar a Taranto per prendere un caffè, tutti si augurano “Buon Uno Maggio”. È uno strano modo di salutarsi per chi viene da fuori ma dà la misura di quanto la Festa dei lavoratori, con concerto annesso, sia sentita in modo diverso dai tarantini. “Uno Maggio Libero e Pensante” resta una delle poche grandi rassegne italiane autofinanziate, motivo per cui nessun artista della line-up ha censurato temi scomodi o divisivi, che riguardano i diritti dei lavoratori, la pace in Palestina e l’inquinamento causato dall’Ilva. È qualcosa che ha trasceso il genere musicale, che è stato comunicato attraverso i ritmi incalzanti dei Rekkiabilly o i potenti volteggi jazz&soul delle Canta fino a Dieci. Insomma, niente a che vedere col Concertone di Roma.

A proposito di Canta fino a Dieci: il mondo necessita di un loro album! Rossana De Pace, Sirlene, Anna Castiglia, Chriarch Re e Irene Buselli compongono un progetto transfemminista e scrivono per persone ‘libere e pensanti’, anche se la loro musica sarebbe capace di far librare in aria corpi gravi. A partire da un impianto minimalista fatto di chitarre, basso e poche percussioni, si levano armonizzazioni vocali nude e semplici, tanto da renderle partecipabili dal pubblico e creare una comunità corale composta da centinaia di persone.

La cifra migliore dell’Uno Maggio è la collaborazione: sul palco e tra il palco e platea

Una sinergia resa possibile dal radicamento sul territorio dei tanti artisti tarantini, ma anche dal fatto che nessuno di loro ha diviso l’arte dalla politica. È bello veder dialogare sul palco tre generazioni di artisti di strada ‒ Don Ciccio, Mama Marjia, Fido Guido e Kid Yugi ‒ che hanno fatto della miscela di raggaeton, hip hop e contaminazioni di neomelodico un mix molto apprezzabile, a prescindere dal gap linguistico che comunque non allontana chi non pratica il dialetto tarantino. Per continuare sul filone del rap impegnato c’è Gemitaiz, al suo secondo anno a Taranto, ormai praticamente un artista di casa.

Poi fanno il loro ingresso sul palco i CIGNO, progetto artistico di Diego Cignitti. Impongono un cambio di registro, aggiungendo alla già nutrita campionatura di distorsioni una serie di rumori prodotta da un’inconsueta strumentazione: Forchettoni, sirenette e catene sbattute forsennatamente creano un’atmosfera infernale e decadente, perfetta per il contesto dell’esibizione. In dieci minuti scarsi di presenza sul palco, il pubblico ha seriamente corso il rischio di volarsene via, trasportato dal vento gelido che pulisce continuamente il palco dai fumogeni rossi e viola. In un’imbottitura distopica di dissonanze che rendono il post-punk dei CIGNO così riconoscibile, a mantenere una parvenza di razionalità c’erano la linea di basso e la batteria.

A partire dal tardo pomeriggio la proposta musicale dell’Uno Maggio di Taranto si sposta su un cantautorato più o meno tradizionale. Margherita Vicario, però, ha poco o nulla di tradizionale, da artista poliedrica qual è: autrice dalla penna graffiante, su un comodo tappeto ballabile che in “Ave Maria” e “Mandela” si riempie di vibrazioni a tratti latineggianti, capace di far passare tutta la sua visione del mondo senza aver bisogno di chiedere il permesso.

Su un impianto simile nello spirito ma molto diverso nella realizzazione si sviluppa la composizione di Marco Castello, che innesta su una base funky essenziale testi in cui passa dalla critica all’overtourism alla celebrazione della natura della sua terra, la Sicilia. La narrazione espressiva di Giorgio Poi sembra essere stata messa lì per prepararci anche fisicamente all’intervento di Brunori Sas.

Uno Maggio Libero e Pensante” resta una delle poche grandi rassegne italiane autofinanziate

Il cantautore cosentino sembra chiedere il permesso di suscitare emozioni, facendo dell’autoironia esplicita un perfetto gancio con il pubblico. Se con “Lamezia Milano” si esaurisce la carica ritmica di Brunori Sas (parole sue, non mie), con “L’albero delle noci”, “Canzone contro la paura” e “La verità” mescola, come il più abile chimico, riflessioni sul senso della vita che potrebbero assumere la forma di pillole amare e che invece hanno il sapore della consolazione paterna.

Non è stato facile tornare ad aumentare i bpm con i Sì Boom Voilà, che hanno portato sul palco un genere che normalmente resta confinato in centri sociali, spazi occupati o micro-palchi di quartiere: un hardcore in sintonia con il clima dell’Uno Maggio. Michelangelo Mercuri si muove su un parlato veloce, quasi rappato, senza mai scivolare nel freestyle puro. Chitarre (Davide Lasala e Giulio “Ragno” Favero), basso (Roberta Sammarelli) e batteria (Giulia Formica) costruiscono un impatto compatto e aggressivo: non fanno prigionieri e saturano lo spazio sonoro. Avrebbero meritato un minutaggio più ampio ma, ecco, era necessario lasciare spazio ai Subsonica.

Aprono l’esibizione con “Straniero”, tratto dall’ultimo disco della band torinese nel trentennale della carriera: una filastrocca tribale che invoca l’intervento della platea sul “boom” ritmico a chiudere ogni verso del ritornello. La tensione elettronica di “Diluvio” cresce per stratificazione: synth larghi, bassi pulsanti e una ritmica che non esplode mai del tutto, ma resta in sospensione. “Liberi tutti”, insieme a un Willie Peyote totalmente inaspettato, riporta il palco verso toni più marcatamente politici. i Subsonica chiudono la performance con “Preso Blu”, con un’esecuzione calda in grado di rendere ancora più osmotico il rapporto tra linea vocale e trama elettronica.

Nessuno avrebbe voluto andarsene, ma il tempo a volte è tiranno, esattamente come gli spazi di scrittura, specchio di un assedio che fa il paio con quello che vive la città di Taranto, tra Marina Militare e il fantasma dell’Ilva. Almeno per un giorno, le onde sonore ad alti decibel e ad alti bpm hanno sollevato le polveri ferrose, lasciando la città libera di respirare.

Foto di Martina Valeri

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